Negli ultimi anni si è parlato molto di centralizzazione delle attività sanitarie, spesso con toni critici. Il tema è tornato al centro dell'attenzione in seguito alla riorganizzazione della chirurgia nella provincia di Grosseto, dopo la deliberazione del 28 agosto 2026 che ha definito i nuovi assetti organizzativi per gli ospedali dell'AUSL Toscana Sud Est.
La questione riguarda un dibattito più ampio: la centralizzazione dell'alta complessità è realmente una necessità clinica e organizzativa, oppure rappresenta una progressiva riduzione delle attività degli ospedali periferici? Per comprendere il senso di queste scelte occorre partire dal quadro normativo e dai dati disponibili.
Il modello organizzativo del DM 70/2015
La riorganizzazione della rete ospedaliera italiana nasce dal Decreto Ministeriale 70 del 2015, che ha definito i parametri per la programmazione sanitaria nazionale. Il DM 70 stabilisce livelli di complessità, bacini di utenza, standard strutturali e tecnologici, e introduce il principio della relazione tra volumi di attività ed esiti.
Il presupposto è che, per alcune attività sanitarie ad alta complessità, la concentrazione in centri con un volume adeguato di casi possa migliorare la qualità e la sicurezza delle prestazioni.
Il caso della provincia di Grosseto
Nel caso della provincia di Grosseto, la delibera del 28 agosto 2026 ha ridefinito la distribuzione della chirurgia secondo un modello che prevede:
- Concentrazione della chirurgia oncologica e delle attività ad alta complessità presso l'ospedale Misericordia di Grosseto.
- Distribuzione della chirurgia programmabile a medio-bassa complessità verso altri presidi, come Massa Marittima, Orbetello e Castel del Piano.
- Riorganizzazione delle funzioni ospedaliere secondo il concetto di "focus hospital", ossia ospedali con funzioni maggiormente caratterizzate.
Il principio è quello di differenziare le attività, non di ridurre l'offerta assistenziale complessiva.
Perché concentrare la chirurgia può avere senso
La concentrazione dell'alta complessità risponde a una logica organizzativa precisa. Gli interventi oncologici e le procedure ad alto rischio richiedono:
- Mantenimento dell'esperienza professionale attraverso casistiche adeguate.
- Organizzazione di équipe dedicate e disponibili in emergenza.
- Utilizzo di tecnologie complesse e costose.
- Integrazione di percorsi multidisciplinari.
- Maggiore specializzazione professionale.
Si tratta di requisiti difficilmente sostenibili in tutti gli ospedali di una provincia, soprattutto in un contesto di risorse limitate e di necessità di garantire continuità assistenziale, guardie attive e personale dedicato.
Il tema dei volumi e degli esiti
La relazione tra volumi di attività ed esiti è uno dei punti centrali del dibattito. Non significa che un singolo intervento effettuato in un piccolo ospedale sia necessariamente meno sicuro, ma che, a livello di sistema, l'esperienza cumulativa e l'organizzazione incidono sugli esiti.
Il Programma Nazionale Esiti di AGENAS utilizza indicatori di processo, volume ed esito per valutare le cure erogate. Questi indicatori sono strumenti di programmazione e non giudizi sui singoli professionisti.
Una rete ospedaliera integrata
La riorganizzazione non elimina gli ospedali territoriali, ma li integra in una rete con funzioni differenziate. Chirurgia a minore complessità, interventi programmabili, percorsi riabilitativi e attività ambulatoriali rimangono distribuiti sul territorio.
La questione, quindi, non riguarda semplicemente la riduzione dell'attività degli ospedali periferici: riguarda la redistribuzione delle funzioni all'interno della rete, con l'obiettivo di garantire appropriatezza, sicurezza e sostenibilità del sistema sanitario.

