Il sistema di cura italiano si regge in gran parte su un lavoro invisibile, non contrattualizzato e spesso dato per scontato: quello dei caregiver. Persone che accompagnano i familiari alle visite, prenotano appuntamenti, traducono prescrizioni e si assicurano che chi deve curarsi abbia compreso cosa fare. Un'attività che, come racconta nurse24.it, va ben oltre il semplice accompagnamento.

"Io mi definisco caregiver. Sono figlia di due persone sorde e oggi le accompagno alle visite, seguo con loro i percorsi di salute, prenoto gli appuntamenti e mi assicuro che le informazioni siano state comprese". Un esempio concreto di come la cura passi anche da attività apparentemente semplici ma decisive per l'aderenza terapeutica e per la qualità della vita dell'assistito.

Il problema, evidenzia nurse24.it, è che spesso il sistema non prevede modalità di comunicazione accessibili e personale preparato, rendendo indispensabile la mediazione familiare. Una responsabilità che pesa e che, in molti casi, viene data per scontata.

Essere caregiver significa vivere con un pensiero costante: la situazione dell'altro è sempre presente, anche quando si è altrove. È una reperibilità continua, non retribuita, che incide profondamente sulla vita personale e professionale.

I dati Istat 2026 confermano la centralità di questa rete informale di assistenza. Nel 2026 oltre 17 milioni di persone adulte hanno fornito aiuto gratuito a persone non conviventi, pari al 34,3% della popolazione adulta, rispetto al 26,5% del 2003. La percentuale sale al 36,2% includendo il supporto nell'uso di Internet e degli strumenti digitali.

Le persone coinvolte nell'aiuto informale hanno garantito 461 milioni di ore di assistenza nelle quattro settimane precedenti l'intervista, equivalenti a circa 3,2 miliardi di ore annuali.

Non tutte queste persone possono essere definite caregiver in senso stretto, ma il dato evidenzia quanto sia ampia la rete di sostegno informale che integra il sistema sanitario e sociale.

Il tema resta però ai margini del dibattito pubblico. La cura continua a essere percepita come un dovere familiare più che come una funzione essenziale del welfare, con il rischio che chi se ne fa carico resti invisibile.

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