Il fenomeno delle attività improprie assorbe tra il 20 e il 30% del tempo degli infermieri, sottraendolo all'assistenza diretta al paziente. È quanto emerge da una scoping review pubblicata nel 2026 sul Journal of Nursing Management, realizzata da un gruppo di ricercatori delle università di Udine, Torino, Verona e Piemonte Orientale, che ha analizzato la letteratura prodotta sul tema dagli anni Ottanta a oggi.
Il tema non è nuovo, ma il lavoro italiano è il primo a ricostruirne organicamente la traiettoria storica e terminologica, mostrando come le attività non infermieristiche abbiano occupato negli anni una quota significativa delle giornate di lavoro. Si tratta di compiti che, pur rientrando nel flusso delle cure, potrebbero essere svolti da altre figure professionali: dalla semplice amministrazione alle pulizie, dagli ordini di materiale al trasporto dei pazienti, fino alla consegna dei vassoi o ad attività proprie di fisioterapisti, dietisti e medici.
La review ha incluso studi pubblicati tra il 1984 e il 2024, individuando un'evoluzione della terminologia da «non-nursing duties» a «non-value-added activities» fino a «non-nursing tasks». In quasi cinquant'anni di letteratura, la percentuale di tempo assorbita da queste attività è risultata molto variabile, dall'1,4% fino al 60% in alcuni contesti, con una media che negli ultimi dieci anni si attesta tra il 10 e il 32,6%.
Gli effetti sulla qualità dell'assistenza sono significativi. Gli studi riportano minore soddisfazione professionale, burnout e cure mancate. L'impatto economico è rilevante: nelle unità medico-chirurgiche statunitensi gli sprechi legati alle attività improprie hanno causato perdite superiori a un milione di dollari l'anno.
Il quadro assume un peso particolare in Italia, dove la carenza di personale è cronica. Il rapporto OMS State of the World's Nursing 2025 ha stimato che degli 8,4 milioni di carenza globale di infermieri, 5,8 milioni riguardano i professionisti già formati ma non ancora assunti. In questo contesto, l'utilizzo inefficiente delle risorse umane diventa un problema aggiuntivo.
Uno studio condotto da Conti e colleghi su 236 infermieri in 27 reparti di medicina e chirurgia in cinque ospedali piemontesi ha mostrato che circa un quarto del turno, con una mediana di 105 minuti in medicina e 95 in chirurgia, viene speso in attività delegabili ad altri professionisti. Le cause principali sono la carenza di personale di supporto o il fatto che gli operatori siano già impegnati.
La review identifica tre livelli di cause: organizzative dell'unità operativa, interprofessionali e individuali. A livello di reparto pesano organici ridotti, carichi elevati, poco personale di supporto e mansionari poco chiari. A livello interprofessionale incidono ruoli sovrapposti e comunicazioni gerarchiche o informali. A livello individuale contano esperienza, capacità di delegare e senso di responsabilità verso il paziente.
Gli autori sottolineano infine il concetto di «entanglement» proposto da Stalpers e colleghi, che descrive come le attività di cura siano strettamente interdipendenti e difficili da separare. Questo rende le attività improprie non un elemento marginale, ma una deviazione significativa da un modello di lavoro infermieristico centrato sulla pianificazione e sulla responsabilità professionale.

