Arriva il momento in cui la divisa cambia significato. Da studente rappresentava l’apprendimento, l’affiancamento, l’errore corretto prima che diventasse un problema. Da neolaureato inizia a significare qualcos’altro: responsabilità. Ed è qui che, per alcuni, emergono le prime crepe. Non perché manchino le competenze, ma perché spesso non si è ancora pronti a riconoscerle.

L’università prepara alla professione, ma non sempre prepara a fidarsi di sé stessi. Si esce con una formazione tecnica solida, ma il primo turno da soli, il primo paziente affidato completamente, la prima decisione presa senza poter chiedere conferma in ogni momento possono bastare a far emergere una domanda che molti preferiscono non confessare: sono davvero all’altezza?

Non è soltanto insicurezza. È quella sensazione più sottile e difficile da spiegare per cui anche quando si sa di aver studiato, di aver superato gli esami, di avere ottenuto la laurea e perfino di essere stati ritenuti idonei da tutor e colleghi, qualcosa dentro continua a suggerire che si tratti di un equivoco. Che prima o poi qualcuno scoprirà che non si è realmente così preparati come gli altri credono.

È la cosiddetta sindrome dell'impostore, o più correttamente impostor phenomenon, fenomeno dell'impostore. Non si tratta di un disturbo mentale. È un insieme di convinzioni e percezioni per cui una persona fatica a riconoscere come propri competenze, successi e risultati, attribuendoli invece a fattori esterni come la fortuna, l'aiuto degli altri o l'aver ingannato inconsciamente chi la valuta.

No, non ogni giovane infermiere con qualche dubbio soffre di sindrome dell'impostore. In molti casi, più semplicemente, sta vivendo la normale difficoltà del passaggio da studente a professionista. La ricerca scientifica sta iniziando a distinguere le due situazioni, ma soprattutto sta provando a capire quali siano le difficoltà reali dei neolaureati.

Una scoping review pubblicata su Nurse Education in Practice ha confermato che il fenomeno dell'impostore è stato riscontrato tra studenti e professionisti infermieri e ostetrici, anche se le ricerche specifiche sugli interventi per affrontarlo sono ancora scarse

Per chi affronta i primi mesi di lavoro, tuttavia, può essere più utile concentrarsi su un altro dato. Le ricerche citate nella revisione mostrano che il fenomeno dell'impostore è correlato a fattori come la fiducia in sé stessi, il perfezionismo e il supporto ricevuto. In altre parole, sentirsi meno soli, avere un ambiente che incoraggia a fare domande e imparare a riconoscere le proprie competenze riduce il rischio di sentirsi inadeguati.

Il passaggio da studente a infermiere registrato è stato studiato anche da una revisione della letteratura pubblicata su Nurse Education Today, che ha individuato quattro temi principali: il deficit percepito di conoscenza, la pratica clinica vissuta inizialmente come travolgente, l'importanza del supporto nel luogo di lavoro e la costruzione del significato dell'essere infermiere.

Un altro studio, pubblicato su Collegian, ha seguito in modo longitudinale un gruppo di neolaureati, dimostrando che l'ansia da prestazione era presente all'inizio della carriera, ma diminuiva significativamente dopo sei mesi. Questo suggerisce che una parte delle difficoltà iniziali potrebbe essere fisiologica: si tratta di affrontare una fase di adattamento, non di essere destinati a rimanere insicuri.

Le preoccupazioni riferite dai neoassunti sono spesso molto concrete: essere abbastanza veloci nell'esecuzione delle attività, riconoscere tempestivamente un problema, gestire più pazienti contemporaneamente e, soprattutto, il timore che chiedere aiuto venga interpretato come incompetenza.

Ed è proprio qui che si rischia di creare un circolo vizioso. Il giovane infermiere si sente insicuro, teme di mostrare questa insicurezza ai colleghi più esperti e finisce per nasconderla. Ma nasconderla significa anche rinunciare al confronto, al feedback e all'esperienza degli altri, cioè proprio agli strumenti che permetterebbero di trasformare l'insicurezza iniziale in competenza.

Il problema non è avere dubbi sulle proprie competenze. Il dubbio è parte della responsabilità professionale. Il problema è quando quel dubbio diventa cronico, quando ogni successo viene minimizzato e quando si arriva a credere che gli altri abbiano sopravvalutato il proprio valore.

Per questo, il giovane infermiere che si sente impreparato dovrebbe chiedersi non soltanto quanto conosce la professione, ma anche quanto conosce sé stesso come professionista. E dovrebbe ricordare che la competenza non si misura soltanto con l'assenza di errori, ma anche con la capacità di riconoscere i propri limiti, chiedere aiuto quando necessario e continuare ad imparare.

Sentirsi insicuri in questa fase non significa quindi necessariamente essere inadeguati. Può significare semplicemente trovarsi nel difficile passaggio tra sapere qualcosa e assumersi la responsabilità professionale di applicarla. E questo, più che un segno di incompetenza, è spesso un segnale che si è consapevoli del peso della professione che si è scelto di esercitare.

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