Il Premio Nobel per la Medicina 2026 è stato assegnato a Karl Deisseroth, 55 anni, dell'Università di Stanford (USA), Peter Hegemann, 73 anni, dell'Università Humboldt di Berlino e Georg Nagel, 72 anni, dell'Università di Würzburg (Germania) per la scoperta alla base dell'optogenetica, la tecnica che consente di attivare o disattivare singole cellule nervose nel cervello attraverso la luce. Lo riporta l'Ansa.
Una scoperta che arriva dal mondo delle alghe
Tutto è cominciato dalla domanda sul perché l'alga unicellulare Chlamydomonas nuota verso la luce: la risposta è arrivata negli anni '90, quando Hegemann e Nagel hanno identificato la proteina che permette a quest'alga di percepire la luce, la canalerodopsina, e Deisseroth ha deciso di sperimentarne l'applicazione nelle cellule nervose.
Nel 2005 Deisseroth ha trasferito il gene della canalerodopsina in colture di cellule nervose di ratti, riuscendo ad attivarle con la luce blu, e nel 2007 ha fatto lo stesso con cellule nervose nel cervello di topi vivi, riuscendo a risvegliare i topi addormentati. È nata così l'optogenetica, la tecnica che oggi permette di studiare il comportamento, la funzione e la vulnerabilità delle cellule nervose alla base delle malattie neurodegenerative, come Alzheimer e Parkinson. Negli anni successivi la tecnica è stata utilizzata anche per combattere alcune malattie della retina e per comprendere meglio i meccanismi alla base della memoria, delle emozioni e dei comportamenti.
Le reazioni
Il più sorpreso della terna dei vincitori è stato Nagel, che ha dichiarato: "Sono molto sorpreso, non posso crederci". Deisseroth ha invece commentato: "E' un grande onore, incredibile e inaspettato".
Secondo Giuseppe Novelli, genetista dell'Università di Roma Tor Vergata, questa tecnica "è un ponte perfetto tra biologia molecolare, ingegneria e neuroscienze. L'optogenetica ha permesso di rispondere a domande fondamentali sul cervello, ma anche di esplorare la memoria, le emozioni e i comportamenti".
Per Ivano Legnini, biologo cellulare e molecolare della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste, "l'optogenetica ha reso possibile controllare con la luce processi cellulari con una precisione spaziale e temporale straordinaria, aprendo la strada a molte applicazioni innovative nel trattamento di malattie neurologiche, come la terapia genica della cecità".
Anche Cristian Ripoli, fisiologo dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, concorda: "Questo Nobel ha premiato una tecnica rivoluzionaria, che apre enormi prospettive e pone problemi etici: in futuro potrebbe consentire a un essere umano di controllarne un altro".
Michela Fagiolini, neurofisiologa del Boston Children's Hospital e della Harvard Medical School, ha infine sottolineato che "l'optogenetica ha trasformato profondamente il nostro modo di studiare il cervello, permettendo di capire come le cellule nervose comunicano tra loro e come contribuiscono a funzioni complesse come la memoria, le emozioni e i comportamenti".

