Il cardiogenic shock è una condizione clinica critica in cui il cuore non è in grado di pompare una quantità di sangue sufficiente a soddisfare le esigenze dell'organismo, con conseguente ipoperfusione sistemica e rischio elevato di insufficienza multiorgano e morte. Nonostante la sua gravità, la diagnosi è spesso complessa a causa della presenza di quadri clinici eterogenei e della mancanza di criteri diagnostici standardizzati.

Recentemente, un comitato di esperti europei ha pubblicato un documento di consenso clinico che propone criteri diagnostici standardizzati per il cardiogenic shock, con l'obiettivo di chiarire una sindrome storicamente eterogenea e scarsamente definita. Il documento è stato elaborato congiuntamente da rappresentanti dell'Association for Acute Cardiovascular Care, della Heart Failure Association, dell'European Association of Percutaneous Cardiovascular Interventions e della European Society of Cardiology (ESC).

Secondo gli autori, la mancanza di definizioni uniformi ha tradizionalmente ostacolato i trial clinici e potrebbe ritardare l'avvio di un trattamento appropriato. La revisione dei criteri esistenti ha evidenziato discrepanze sostanziali, con alcuni trial che non specificavano alcun criterio diagnostico. Molti criteri esistenti risultano inoltre sbilanciati verso il shock associato all'infarto miocardico acuto, trascurando le differenze rispetto al shock correlato allo scompenso cardiaco. Ad esempio, il SHOCK Trial Registry includeva pazienti con indici cardiaci superiori a 3 L/min/m2, mentre il trial ESCAPE ha incluso pazienti con scompenso cardiaco avanzato che soddisfacevano i consueti criteri emodinamici per il shock senza esserlo clinicamente.

Gli esperti sottolineano l'importanza di distinguere tra scompenso cardiaco avanzato o scompenso cardiaco scompensato e vero cardiogenic shock, data la crescente prevalenza del shock correlato allo scompenso cardiaco. I nuovi criteri hanno lo scopo di stabilire una definizione clinica e di ricerca condivisa per il cardiogenic shock, migliorando la diagnosi precoce e la gestione clinica.

Il nuovo consensus statement definisce il cardiogenic shock attraverso tre componenti fisiopatologiche essenziali:

  1. Disfunzione cardiaca sottostante: Deve essere documentata una disfunzione ventricolare sinistra, destra o biventricolare grave; una grave malattia valvolare; una complicanza meccanica; aritmie ventricolari ricorrenti; oppure devono essere escluse forme di shock ostruttivo, come il tamponamento cardiaco.
  2. Anomalia emodinamica: Devono essere soddisfatti almeno due dei seguenti criteri:
    • Pressione arteriosa sistolica inferiore a 90 mm Hg e/o pressione arteriosa media inferiore a 65 mm Hg, sostenuta per oltre 30 minuti o che richiede l'uso di farmaci vasoattivi.
    • Pressioni di riempimento elevate, valutate sulla base dell'esame clinico, dell'imaging o della misurazione diretta.
    • Indice cardiaco inferiore a 2,2 L/min/m2 in assenza di farmaci vasoattivi.
  3. Segni di ipoperfusione d'organo a riposo: Devono essere presenti almeno un segno clinico (ad esempio cute fredda o marezzata, stato mentale alterato, oliguria) e uno o più parametri metabolici (ad esempio lattato superiore a 2 mmol/L, saturazione venosa di ossigeno bassa, eccesso di base negativo, creatinina o aminotransferasi elevate).

I criteri richiedono che tutte e tre le componenti siano presenti per la diagnosi di cardiogenic shock.

Fonti