Per anni hanno rifatto letti, curato l’igiene dei pazienti e persino pulito sale operatorie, svolgendo di fatto mansioni da operatori socio-sanitari anziché quelle per cui erano stati assunti. Ora nove infermieri dell’ospedale di Tropea vedono finalmente riconosciuti i propri diritti. Con due sentenze gemelle, il Tribunale di Vibo Valentia ha condannato l’Asp provinciale al risarcimento del danno da demansionamento strutturale.

A firmare le pronunce è stato il giudice del lavoro Angela Damiani, che ha accolto integralmente le richieste avanzate dai legali dei nove infermieri. L’Asp dovrà corrispondere a ciascun ricorrente una somma pari al 10% della retribuzione mensile percepita durante il periodo di demansionamento, oltre agli interessi legali. Un periodo che, in alcuni casi, copre quasi un decennio, dal 2015 al 2024.

Le due sentenze ricostruiscono nel dettaglio la quotidianità professionale degli infermieri. Nei reparti di Medicina, Urologia, Chirurgia e blocco operatorio dell’ospedale di Tropea, gli operatori sanitari venivano sistematicamente impiegati per il rifacimento dei letti, la cura dell’igiene dei pazienti e la pulizia delle sale operatorie. Attività che, secondo il giudice, esulano dalle competenze proprie dell’infermiere e che avrebbero dovuto essere affidate al personale socio-sanitario.

Non si è trattato, dunque, di episodi occasionali legati a emergenze organizzative. Il demansionamento è stato considerato strutturale, reiterato nel tempo e non compatibile con il profilo professionale dell’infermiere, che per legge deve garantire assistenza generale infermieristica anche avvalendosi, quando necessario, del personale di supporto.

Il Tribunale ha richiamato espressamente l’articolo 52 del D.Lgs. 165/2001, che impone alle amministrazioni pubbliche di adibire i dipendenti alle mansioni per le quali sono stati assunti o a mansioni equivalenti. Un principio che, secondo il giudice, è stato sistematicamente violato.

Nel giudizio i legali dell’Asp avevano anche tentato di mettere in dubbio la competenza del giudice del lavoro, sostenendo che la controversia riguardasse un diritto patrimoniale. Una tesi respinta dal Tribunale, che ha confermato come il ricorso avesse al centro la tutela di un diritto della persona, strettamente connesso alla dignità professionale.

La somma complessiva richiesta dai ricorrenti ammontava a 403.762,50 euro. Il Tribunale ha inoltre condannato l’Asp al pagamento delle spese legali, quantificate in 3.500 euro per ciascuna causa, oltre agli accessori di legge.

A sostenere entrambe le cause è stato il sindacato Nursing Up. Il segretario regionale Stefano Sisinni ha sottolineato come la sentenza ribadisca un principio fondamentale: l’infermiere non può essere utilizzato come “tappabuchi” per sopperire alle carenze di organico. «Non è un problema di dignità personale o professionale, che non è mai stata messa in discussione», ha dichiarato Sisinni, «ma di tutela di un ruolo professionale definito dalla legge». Gli ha fatto eco il coordinatore provinciale Giuseppe Gliozzi, ricordando che le ore dedicate a letti, igiene e pulizie sono ore sottratte all’assistenza specialistica ai pazienti.

La sentenza di Vibo si inserisce in un filone più ampio di pronunce che negli ultimi anni hanno riconosciuto il danno da demansionamento agli infermieri costretti a svolgere mansioni inferiori. Tra i precedenti citati anche quello del Policlinico di Foggia, con risarcimenti che hanno raggiunto i 30mila euro. Nursing Up ha già annunciato l’intenzione di portare avanti nuove azioni legali, invitando i colleghi a denunciare ogni episodio di demansionamento.

Fonti normative: Decreto del Ministero della Sanità 14 settembre 1994, n. 739 (Gazzetta Ufficiale n. 6 del 9 gennaio 1995), articolo 52 del D.Lgs. 165/2001.

Fonti